LA STORIA

2 iniziali che
spuntano dal cappello

Ci sono alcune singolari coincidenze nella storia dei Mastri Cappellai della Valle Cervo che vale la pena raccontare.
È il 6luglio 1755 quando Gio Batta Bonessio di Andorno fa richiesta di autorizzazione a tener bottega aperta nel suo paese natale con “atto di sottomissione” alle autorità dei Mastri Cappellai. La richiesta viene accolta a patto che i suoi cappelli riportino impresse le sue iniziali “G.B.”.
Seppure nel Biellese vi fossero altri cappellai, per tutto il '700 Gio Batta è l'unico matricolato della Valle di Andorno. E qui inizia la storia di queste iniziali, così ricorrentemente legate ai cappelli, iniziali che si ritrovano, spuntano dai documenti del periodo, rincorrono i cappelli o dai cappelli si fanno rincorrere: Gio Batta di Cossato, Giuseppe Bracco, Giorgio Beruneto, tutti cappellai accomunati dalle stesse iniziali.

omino

“A’s tuca nen” il cappello
della Valle del Cervo

Il luogo.
Si chiamava “cà 'd buschin” il cortile dove sono nato nel 1953 e cresciuto fino ai 10 anni, nel paese di Tavigliano, 700 anime e tanti matti. Un giorno a Tavigliano, riposto ordinatamente in un armadio, trovai un cappello veramente speciale,detto in famiglia “a‘s tuca nen...”. “A’s tuca nen” era un cappello marca Cervo, sinonimo di valle Cervo, torrente Cervo, semplicemente "cervo", nome ricorrente nel Biellese in parecchie attivitá, e per noi marchio di casa. “A’s tuca nen” era la testimonianza di tanti aneddoti, di esperienze, di cronache, praticamente il ricordo della vita di mio padre. Fu la nonna Irma nel 1931 a regalare, per festeggiare i 18 anni, la maggiore etá, a mio padre Attilio l’importante copricapo. Per papá quel copricapo, oltre ad essere utile, fu memoria di vita, accompagnó ogni passo delle sue esperienze. Lo trattó sempre con grande rispetto, lo portó con sé in giro per il mondo con grande orgoglio.

La storia.
E’ una storia legata alla nostra terra, al Biellese ed in particolare alla Valle Cervo. Dai primi dell’800 ad oggi il cappello ha rappresentato una parte essenziale dell’economia della Valle: due importanti ditte come Barbisio e Cappellificio Cervo, conosciute in tutta Italia ed anche all’estero. “A’s tuca nen” era uno dei milioni di cappelli che contribuirono a far conoscere il Biellese nel mondo. Sí, il cappello, grande protagonista della Valle. Posto con rigore in testa, sollevato leggermente all’incrociare di una signora o davanti ad una chiesa... che bei tempi... “A’s tuca nen” ricorda anzitutto le corse lungo la costa di Tavigliano sempre di fretta e sempre in ritardo, per arrivare al lavoro a Sagliano Micca, nella fabbrica di Grosso e Tribola, dove regnava il profumo di ghisa e acciaio, inconfondibile... Nella storica fabbrica si producevano i primi macchinari tessili, della prima meccanizzazione industriale, i primi passi verso l’automazione che andrá ad alleggerire il lavoro manuale. A fine giornata, trascorse le canoniche 10 ore, alcune volte passavo al dopolavoro per un “sciop” 25  cc di meritato vino genuino e poi di nuovo la costa, questa volta in salita per il ritorno verso casa, dove, riposto "a's tuca nen" sul ripiano, ascoltavo la rassegna della  giornata trascorsa, che con tanta serenitá accompagnava la ritualitá e il suono metallico delle casseruole sul “putagé” a legna.
Il ritmo della vita era lento, rigoroso e molto faticoso, ma c’era tempo per fare sempre tutto. Era ricorrente nelle giornate di festa andare in Valle. Percorrendo la strada verso monte, alla Balma c’era un altro pezzo di storia e un altro “profumo”; era la polvere di sienite delle cave, forse la piú fastidiosa per la respirazione; ma che incanto ammirare quei capolavori di granito, lucidi, opachi, lisci, ruvidi... che sono diventati l’orgoglio nel mondo di una grande tradizione, quella degli impresari edili che esportarono ovunque, da New York al Sud Africa, la “pietra della Balma”. Era tipico in casa sentir dire “a t’é la testa pu’ dura d’la pera ad la Balma”, il riferimento  era concreto. “Ai picapere” raccontavano che quei capolavori importanti o semplicemente utili, attraversavano l’oceano in mare per andare ad abbellire “ai cá d’ia sgnor”.  Il mare di cui parlavano era ad un giorno di viaggio dal nostro Biellese, ma solo pochi privilegiati l’avevano visto. Che bello ascoltare quei discorsi, mi sentivo anch’io navigare, pur non sapendo di che colore fosse l’acqua. Questa era la vita.
“A’s tuca nen” ha altri ricordi. La polvere profumata del legno di castagno, ci accompagnava lungo tutta la Valle. Era ricorrente, nei cortili , vedere cataste “a’d busc” in attesa di un utilizzo. La legna piú fortunata era usata per “la mobilia”, e di questa ne abbiamo testimonianza ancora oggi nelle nostre case. Destino meno nobile per i travi dei tetti, nodosi e resistenti per vincere il peso della tanta neve. La legna meno fortunata, era quella usata per il riscaldamento e per cuocere il cibo. “L’arbo" (castagno), pianta tipica, faceva anche da base per l’alimentazione con le castagne, trasformate in ‘Pline’ (caldarroste), in grelle (castagne morbide amate dai bambini e dai vecchi) e nella tanto desiderata farina che aveva mille usi nelle nostre cucine. Tutto era razionale, non esistevano sprechi e tutto aveva un senso compiuto ed utile. Il cappello “a’s tuca nen”, dall’alto vedeva tutta, la suaa era una posizione da palco privilegiato, non poteva scappargli niente.